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Yoga e fluidità consapevole


Ieri si è svolto il nostro stage "Yoga e fluidità consapevole": ringraziamo di cuore i partecipanti e riassumiamo di seguito alcuni concetti.


Il tema yogico che abbiamo proposto riguardava i primi due chakra: Muladhara e Svadhisthana chakra, entrambi collocati nella zona pubica, la stessa che si connette al secondo grande tema di oggi: la sessualità.

Non potendo né volendo tralasciare la componente affettiva e mentale della sessualità, oggi prenderemo in considerazione anche Anahata chakra, collocato a livello del cuore, e Ajna chakra, collocato a livello del terzo occhio.

Lo yoga è un percorso fluido, che non concede spazio alla rigidezza, né mentale né fisica. Anche la sessualità lo è, nonostante le imposizioni e le norme sociali ci vogliano far credere il contrario.

Walt Whitman scrisse: "Sono vasto, contengo moltitudini".

Lo yoga può aiutare ad accogliere questo ginepraio di sfumature che ci appartengono e fanno parte della nostra identità.

E allora, con l'umiltà di chi intraprende un percorso tanto vasto, riprendendo l'attributo usato da Whitman, quanto di fatto è lo yoga, vogliamo sposare il suddetto mondo a uno similmente immenso e troppo spesso taciuto, quello, appunto, dell'identità sessuale, con la speranza di terminare la pratica più consapevoli e tolleranti alle differenze.

Ishvara panidhana è un concetto indiano che significa "resa, offerta agli altri delle nostre azioni".

Allora, ci piace pensare di aver dato voce ieri a questi "altri", seppur brevemente, e donato anche una carezza, alla faccia di chi quotidianamente li calpesta.

Per cogliere meglio le sfumature del nostro stage, lasciamo ai lettori la sensazione che si percepisce nel leggere questa opera poetica intitolata

"Nella moltitudine" di  W. Szymborska


Sono quella che sono.

Un caso inconcepibile

come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere

altri antenati,

e così avrei preso il volo

da un altro nido,

così da sotto un altro tronco

sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura

c'è un mucchio di costumi:

di ragno, gabbiano, topo campagnolo.

Ognuno calza subito a pennello

e docilmente è indossato

finché non si consuma.

Anch'io non ho scelto,

ma non mi lamento.

Potevo essere qualcuno

molto meno a parte.

Qualcuno d'un formicaio, banco, sciame ronzante,

una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,

allevato per farne una pelliccia,

per il pranzo della festa,

qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,

a cui si avvicina un incendio.

Un filo d'erba calpestato

dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,

buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,

o solo avversione,

o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta

nella tribù sbagliata

e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,

mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato

il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta

l'inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso.


NAMASTE


Fonte:Marina Santini


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