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Empatia e compassione


Buongiorno e Ben Risvegliati!


oggi cerchiamo di fare luce sul concetto di empatia e compassione, tanto decantati nei circoli Zen e yogini della città.

Immaginate di essere all’uscita di una scuola dove ci sono tanti bambini che ridono e scherzano insieme e, poco distante, un piccolo scolaro con il capo chino e le spalle ricurve che non riesce proprio a partecipare all’atmosfera di gioia e vitalità creata dai suoi coetanei. Appena vede la madre corre verso di lei con le braccia allargate mentre scoppia a piangere senza freni. Anche adesso i compagni continuano a ridacchiare e fare commenti pesanti su di lui.

Come vi fa sentire guardare questa scena immaginaria?

Probabilmente proverete una certa tristezza ed è normale: si tratta dell’effetto dell’empatia, quella capacità innata che abbiamo di metterci nei panni degli altri, specialmente quando si trovano in difficoltà.

Facciamo adesso un altro passaggio e immaginiamo di essere la madre. Probabilmente, oltre al dispiacere, sentiremmo un forte desiderio di aiutare il bambino. Questa non è più solo empatia: è compassione. 

Secondo Paul Gilbert, uno dei più importanti autori contemporanei in tema di Mindfulness e compassione, essa deriva dal sistema motivazionale dell’accudimento, l’istinto che abbiamo di prenderci cura di chi soffre.

Nello stato mentale della compassione non è la sofferenza a prevalere ma la voglia di aiutare, accompagnata da sensazioni positive di amorevolezza e gentilezza disinteressata.

Dalla compassione prendono le mosse molti comportamenti prosociali: le cosiddette azioni compassionevoli. 

E se fossimo noi quel bambino? Saremmo in grado di dare a noi stessi la benevolenza di cui abbiamo tutti un disperato bisogno? 

Rispondere alla domanda non è affatto banale perché non tutti siamo in grado di sostenerci nel momento dell’errore, lasciamo troppo spesso il passo alla voce dell’autocritica.

Sono tre i flussi della compassione: da sé agli altri, da sé a sé, dagli altri a sé ed è importante sostenere tutti e tre, perché le persone più compassionevoli sono, solitamente, anche più consapevoli, equilibrate e felici.

Non abbiamo paura a crescere nella compassione di voi stessi, per sostenere voi stessi come sosterreste un amico a cui volete bene. Quando coltiviamo uno stato mentale auto compassionevole, infatti, favoriamo l’accesso alle nostre risorse di benessere e creatività. 

 

PRATICA PER ALLENARE L’AUTO-COMPASSIONE

Quando ti accorgi di aver fatto un errore prova a respirare profondamente e accennare un sorriso.

Inspira e senti il viso, notando la presenza di eventuali tensioni.

Espira e rilassa la zona tra le sopracciglia e la mandibola. Inspirando, accenna un sorriso. Senti l’effetto sul cuore.

Ora puoi dire a te stessa o te stesso: “Questo è semplicemente umano”, “Mi do il permesso di sbagliare”, “Fa parte della vita”. Ed anche. “Possa io essere in grado di prendermi cura di me”, “Possa io accogliere i miei difetti”, “Possa io perdonare me stesso per i miei errori”.

Sono frasi potenti: ripeterle a sé stessi in meditazione, facendo profondi respiri, fa miracoli.

  

 “Il potere della compassione”

Nelle nursey viene sistematicamente osservato un fenomeno chiamato “contagio emotivo”, per il quale un neonato, inconsapevole della presenza di suoi simili, se sente piangere, comincia a sua volta a piangere. Via via che cresciamo il fenomeno aumenta di complessità e di reazione, si evolve al livello di emozione consapevole (disagio empatico).

Il gesto di aiutare chi soffre per buona parte della vita è messo in atto da un bisogno di autoconsolazione, volto ad alleviare il proprio disagio.

E’ solo quando si sceglie consapevolmente di aiutare, mossi non solo dall’empatia ma da un senso di responsabilità, che nasce la vera compassione. Chi è “compassionevole” è più sereno e fondamentalmente più felice.

Possiamo allenarci alla compassione mediante la “Meditazione del respiro attraverso il cuore”. Si tratta di una pratica antica di pacificazione e rilassamento: si immagina di far entrare l’aria dalla trachea direttamente al cuore, espandendolo, per poi farla uscire, sempre lungo la trachea fino alle narici. Il respiro deve essere lento, senza pause. Nella fase preliminare va individuata la causa di disagio o turbamento, cercando di collocarla nel cuore per poi purificarla e discioglierla attraverso l’energia trasformatrice del soffio. E’ importante ”perdonare“ le cause del disagio e, lentamente, distaccarsene.

Attraverso  il respiro del cuore si inizia la pratica della benevolenza con la coltivazione della compassione e dell’amore, prima per se stessi, poi per le persone amate, gli amici, i conoscenti, per l’umanità, per tutte le cose, per la vita. E’ un antidoto “all’ira “, un buon metodo per calmare la mente.

“Che io possa essere felice, che io possa essere al riparo della sofferenza fisica e mentale, che io sappia prendermi cura di me, di tutto me stesso con amorevole gentilezza. Che io possa vivere in pace con tutto ciò che viene e tutto ciò che va”. Ripetere queste parole rivolgendole prima a noi stessi e poi a tutti è veramente un antidoto alla rabbia e un’apertura alla benevolenza.

In varie tradizioni contemplative orientali, è centrale coltivare la compassione.

In sanscrito, la parola compassione viene tradotta con il termine “Karuna”. A sua volta, Karuna fa parte delle cosiddette quattro qualità sublimi, o condizioni mentali positive, chiamate “Brahma Vihara”. Oltre a Karuna, le altre qualità sublimi sono: Maitri (Metta in pali), ovvero la bontà illimitata verso tutti gli esseri; Mudita, gioia infinita per la liberazione dal dolore da parte di un altro essere; Upeksha (o Upekkha), ovvero illimitata imperturbabilità verso amici e nemici. Attraverso la meditazione si possono sviluppare queste condizioni mentali. Di seguito approfondiamo il concetto di compassione, Karuna.

Diminuire la sofferenza altrui

Karuna significa compassione attiva e si riferisce a quelle azioni che contribuiscono a diminuire la sofferenza altrui. Per questo si parla di “compassione attiva”: uno stato che implica una con-partecipazione a ciò che l’altro sta vivendo. Questa forma di compassione non ha confini, né pregiudizi e si estende quindi a tutti gli esseri viventi. Si prova compassione quando vediamo altri esseri (sia umani, sia animali, o altre creature come le piante) soffrire e si cerca di aiutarli, in base alle proprie capacità e ai propri mezzi. L’azione dell’aiuto nasce poiché si è “toccati” da ciò che sta attraversando un altro essere. È una compassione attiva, in quanto si agisce per cercare di dare il proprio contributo affinché vengano meno le cause che provocano la sofferenza dell’altro. Per nutrire questo tipo di compassione occorre essere consapevoli dell’interdipendenza di tutti i fenomeni e di tutti gli esseri. Sviluppare questa forma di compassione non significa aggiungere su di sé preoccupazioni o fardelli, bensì vuol dire relativizzare i propri problemi.

Compassione verso di sé

Il concetto di Karuna non si riferisce soltanto alla compassione verso gli altri, ma anche verso sé stessi. Un eccesso di autocritica può minare la fiducia nelle proprie capacità. Quando si commette uno sbaglio, piuttosto che giudicarsi in modo negativo occorre capire la causa o le cause dello sbaglio in modo da non commetterlo una seconda volta. La compassione verso sé stessi ci mostra la nostra vera natura di esseri umani. L’imperfezione e l’impermanenza fanno parte della vita. Quando si cade in errore la compassione verso di sé permette di rialzarsi più facilmente, con maggior slancio e coraggio.


Fonte: Yoga Journal

Foto: Sankalpa Semefiore



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