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Moksa e liberazione


Buongiorno e ben risvegliati!


Pressoché tutti i giorni mi capita di pensare, anche con un pò d'ironia, a quanto debba essere stata infima nelle mie vite precedenti per essere ancora sulla terra a scontare il ciclo di sofferenze!


Oggi in particolare, vorrei porre l'attenzione sul fatto che andando a scomodare la letteratura indiana antica, possiamo scoprire che la pratica dello yoga è uno strumento di realizzazione del moksa (ciclo di rinascite).


La  Bhagavadgītā (il “canto del Beato”) è una sezione della Mahābhārata, importante poema epico dell’India antica. In essa Kṛṣṇa scende nel mondo per sconfiggere l’ingiustizia (adharma) e trasmettere i suoi insegnamenti, che mirano all'ottenimento della liberazione dal ciclo delle rinascite (mokṣa) tramite lo yoga; Kṛṣṇa stesso, infatti, ci dice che lo yoga "è lo scioglimento dell'unione con la sofferenza". Il Mahābhārata ha avuto grandissima diffusione non solo nel sud e sudest asiatico ma anche in occidente, proprio perché la Bhagavadgītā è divenuta un testo fondamentale per lo studio dello yoga.


Come ogni epica che si rispetti, anche quella indiana – i cui testi più rappresentativi sono indubbiamente il Rāmāyaṇa e dal Mahābhārata, composti indicativamente tra il 400 a.C. e il 400 d.C. – contiene sia elementi di intrattenimento, lunghe narrazioni di miti e storie avventurose, che elementi di educazione etica e morale. In particolare, l’obiettivo di queste forme testuali nell’India classica è quello di fornire un’educazione religiosa a chi facesse parte della casta più bassa, quella degli śūdra, e alle donne. A entrambe queste categorie sociali, infatti, era severamente proibito l'ascolto o la lettura dei quattro Veda.


Le storie raccontate da questi testi ruotano attorno ai quattro puruṣārtha, ossia gli obiettivi fondamentali nella vita di un essere umano: dharma (questo termine, come molti altri termini della tradizione filosofico-culturale dell’India classica, ha svariati significati e risulta di difficile traduzione; per semplicità, consideriamolo nel suo significato di “giustizia” o “legge”), artha (il guadagno e l’arricchimento, da intendersi come gli obiettivi lavorativi), kāma (amore erotico, da intendersi come funzionale alla creazione di una famiglia e alla continuazione della stirpe), e mokṣa (liberazione dal ciclo della rinascite).


Benché le storie narrate nel Rāmāyaṇa e nel Mahābhārata siano radicalmente diverse, quello che viene presentato è, in entrambi i casi, un quadro di crisi: i sovrani non si comportano come sovrani e, di conseguenza, il dharma viene costantemente messo in discussione e rinegoziato. Tuttavia, mentre il Rāmāyaṇa non ragiona molto sul mokṣa, il Mahābhārata fa di questo tema uno dei suoi argomenti principali, connettendolo intrinsecamente al dharma.


YOGA COME DHARMA E STRUMENTO DI MOKṢA


Il mokṣa viene menzionato molto frequentemente nel Mahābhārata, come avviene per esempio nella sezione finale del dodicesimo libro, chiamato Mokṣadharma (appunto, “sulle regole [dharma] della liberazione”), in cui troviamo la sistematizzazione più antica della pratica yogica come strumento di realizzazione del mokṣa.


Una simile prospettiva emerge all’interno del sesto dei 18 libri che compongono il Mahābhārata: qui, è infatti esposta la celeberrima Bhagavadgītā (Il canto del Beato). Nei suoi 18 capitoli, questa sezione dell’epos ci accompagna in un viaggio che inizia con lo scoramento di Arjuna di fronte al campo di battaglia e finisce con gli insegnamenti di carattere spirituale e morale che l’eroe riceve da Kṛṣṇa (il “Bhagavad” del titolo, il glorioso Signore, il Beato), suo cocchiere.


Proprio nella Bhagavadgītā, dunque, Kṛṣṇa, sceso nel mondo per sconfiggere l’ingiustizia (adharma) e ristabilire il dharma, trasmette i suoi insegnamenti, che vedono l’ottenimento della liberazione tramite lo yoga; Kṛṣṇa stesso, infatti, ci dice che lo yoga “è lo scioglimento dell’unione con la sofferenza” ( cap. 6, verso 23).


IL SAṂNYĀSIN, IL NIṢKĀMAKARMA E GLI ALTRI YOGA


Benché in questo testo la figura del rinunciante (saṃnyāsin, colui che abbandona la vita mondana per dedicarsi al raggiungimento della liberazione) sia fondamentale, Kṛṣṇa spiega che persino un rinunciante non deve tralasciare di agire; deve invece imparare ad agire come se non stesse agendo, lasciando che le azioni si compiano senza però sentirsi coinvolto. Qui, dunque, entra in gioco il concetto di niṣkāmakarma, letteralmente l’azione senza desiderio (dei frutti di quell’azione), che delinea in sintesi la dottrina, enunciata da Kṛṣṇa, del karma-yoga, lo yoga dell’azione.


Tuttavia, non è semplicemente sacrificando le proprie azioni che si raggiunge la morte più auspicabile: servono infatti, nella stessa misura, anche il bhakti-yoga, l’amore devozionale o devoto verso Kṛṣṇa, manifestato attraverso la continua concentrazione del proprio pensiero su questa divinità, e lo jñāna-yoga, lo yoga della conoscenza, che si attua meditando e riuscendo a vedere “il proprio Sé dimorare in tutti gli esseri e tutti gli esseri nel proprio Sé” , ossia di vedere ovunque “la stessa cosa”.


FORTUNA DEL MAHĀBHĀRATA


Questo epos, anche grazie alla costante presenza di enunciati para-filosofici, è diventato, già a partire dal 700 d.C., oggetto di interpretazioni e commenti da parte di alcuni dei più famosi esegeti del pensiero brāhmaṇico in epoca classica, ed ha avuto grandissimo successo sia nel sud e sudest asiatico che in vari paesi occidentali, nei quali ha ottenuto grande diffusione proprio grazie alla Bhagavadgītā, che è divenuta ben presto un testo fondamentale per lo studio dello yoga.


Termino con una rifinitura sul  termine sanscrito Moksa viene spesso tradotto con “liberazione” ed è indicato come il fine ultimo a cui tende la pratica dello Yoga. Secondo la cultura induista coincide con il definitivo abbandono della concezione materiale e mondana dell’ego e il ristabilimento della propria natura primaria, ovvero la fine del ciclo delle reincarnazioni.


Un’altra traduzione è “sciogliere un nodo”, accettare il proprio ruolo e vivere in maniera coerente con il Sé, la famiglia e la società.


Queste interpretazioni servono a rendere questo termine un po’ meno astratto, facendoci capire che non c’è nulla di difficile che ci venga chiesto di fare se non essere noi stessi e accettare chi siamo.


Il mio primo insegnante di Yoga mi ripeteva sempre: “lo Yoga è tutto!”. Ammetto che inizialmente la frase, pur nella sua semplicità, mi risultava astratta. Solo con gli anni, la pratica e lo studio si è reso evidente che quella frase, oltre a essere vera, è assolutamente concreta. L’esecuzione degli Asana non è che la punta di un iceberg, quando si comprende che lo Yoga va al di là di quel piccolo spazio sacro che è il tappetino e invade il nostro essere, insegnandoci a osservare e ad ascoltare noi stessi e gli altri.


Lo Yoga parla di relazioni: ci insegna a sentire come le nostre cellule, piccolissime, si siano sempre conosciute e siano sempre state in contatto tra loro. Ci racconta che le nostre ossa sono un incastro perfetto e che una non è mai sostituibile con un’altra.


Allo stesso modo, lo Yoga ci restituisce la consapevolezza del nostro ruolo nella natura, insegnandoci a vivere secondo i suoi ritmi: è nella sintonia con i ritmi naturali che risiede il seme della nostra salute.


La mia difficoltà iniziale nel capire una frase semplicissima come Yoga is everything dipendeva dal fatto che stessi guardando allo Yoga applicando le strutture analitiche del sapere occidentale, per cui per me lo Yoga era quello che facevo sul tappetino, era una stanza con un insegnante che mi diceva cosa fare, erano gli Asana nei quali aprivo il mio corpo, era il mio impegno, la mia costanza. Solo quando mi sono concessa alla trasversalità dell’esperienza e della conoscenza, lo Yoga si è rivelato con tutta la sua grandezza, facendomi toccare con mano l’universalità del suo sapere.


Così è cambiato il mio approccio alla pratica e all’insegnamento, trasformando gli Asana da pratiche fisiche a stati dell’essere, lasciando del tutto cadere l’idea di come una posizione debba essere fatta, ma ricercando esclusivamente la relazione con il Sé. Perché lo Yoga ci insegna che il viaggio più bello che possiamo intraprendere è quello verso noi stessi.

Buon proseguimento.


FOTO: Sankalpa semefiore



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